Coltiviamo la Pace

Alla sequela di Gesù, viviamo gli stili di vita della fraternità

Segue un articolo del prof. Cortesi sul tema della pace, una catechesi, perla formazione di noi, coppie...

Nel 1963 Giovanni XXIII scriveva nella Pacem in terris che la scelta della guerra nel tempo moderno in considerazione della potenzialità distruttiva delle armi a disposizione, costituiva una follia. Superava così vari tipi di giustificazione della guerra presente nella riflessione cristiana, e un dibattito che aveva attraversato i secoli sulla nozione di guerra giusta. Apriva orizzonti nuovi indicando la via alternativa di un disarmo delle nazioni e dei cuori e la prospettiva di costruire la pace nella giustizia. La sua riflessione si fondava su di un ritorno al cuore del vangelo come bella notizia della pace, vista quale obiettivo desideratissimo di tutti, uomini e donne, indipendentemente dalla cultura e dal credo religioso. E d’altra parte apriva una comprensione della sfida centrale della pace nella realtà storica contemporanea che poteva vedere una collaborazione di tutti su questo obiettivo.

Riflettere sulla pace oggi significa è così riandare al significato della esistenza Gesù, il suo vivere fatto di gesti che costruivano relazioni di accoglienza e ospitalità, superando l’inimicizia. Egli stesso “è la nostra pace; colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne”. E’ Lui che ha riconciliato giudei e pagani con Dio, in un solo corpo, mediante la croce, abbattendo l’inimicizia. “Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini” (Ef. 2,14-17)

Viviamo oggi un contesto sociale in cui la violenza si ripropone in modalità nuove e diverse sia nella vicenda internazionale, sia nei rapporti interpersonali. Un carattere del nostro tempo è la paura di fronte all'altro e la difficoltà nel vivere insieme. Sembra prevalere la logica della competizione che porta ad escludere generando iniquità e quell'ideologia dello scarto evidenziata nella riflessione di papa Francesco nella Evangelii Gaudium. Riflettere sulla pace oggi può essere importante perché è provocazione a ritornare al cuore del vangelo e scoprire la pace non solamente come assenza di violenza ma come cammino nella logica della condivisione della vita a tutti i livelli.

Nei racconti di incontro del Risorto dopo la risurrezione c’è una insistenza sul saluto che rivolge ai suoi: è il dono della pace. ‘Pace a voi’ dice Gesù quando ‘stette in mezzo a loro’ dopo essersi presentato mentre le porte di quel luogo erano chiuse (Gv 20,19). C’è un significato profondo in questa parola affidata come primo dono, insieme al ‘soffio’. Parola di pace e soffio sono gli elementi di un nuovo atto creativo. Quei discepoli lo avevano abbandonato e tradito. Avevano sperimentato il fallimento di ogni speranza e il venir meno della propria attesa legata ancora ad un modo di concepire la vita come conquista, affermazione, potere. Il crocifisso, che si dà ad incontrare come vivente, si pone in mezzo, riunisce volti impauriti attorno a sé e non si presenta con una parola di rimprovero e di giudizio, ma pone il suo corpo, segnato dalle ferite della crocifissione, come centro di un raduno nuovo della comunità. Al centro di una comunità raccolta attorno al Signore che reca i segni della passione, egli offre la pace. In questo gesto sta racchiusa l’esperienza di un perdono e la possibilità nuova di ritrovare il senso della propria esistenza attorno a lui e in rapporti nuovi in un vivere insieme. D’ora in poi il rapporto con lui sarà possibile in un modo nuovo di vedere scorgendo la sua presenza dove il dono della pace viene consegnato aprendo strade nuove. Ma saranno strade in cui seguire le tracce del rifiutato e del condannato. La sua sarà una presenza non da ricercare nel vuoto del sepolcro, nei luoghi della morte, ma che si dà ad incontrare laddove si comunica la pace. Nel dono della pace, nella nuova creazione nel soffio dello Spirito donato, egli stesso si rende presente e apre così ad un credere senza vedere: beati coloro che senza avere visto crederanno.

Quella pace non è frutto di capacità umane, ma dono da accogliere che genera responsabilità per cammini umani e suscita mutamento: cambia la prospettiva dell’esistenza. Da un’esistenza chiusa nella paura ad un’esistenza aperta a comunicare scelte di riconciliazione nella storia. I credenti dovranno testimoniare il perdono non come indifferenza di fronte al male e oblio, ma come percorso di memoria e di trasformazione. Il perdono genera un cambiamento.

Sta qui uno dei punti su cui la riflessione sulla pace oggi interpella e provoca la coscienza cristiana. I cristiani accolgono da Gesù, il crocifisso, il dono della pace e ne sono costituiti testimoni. La vicenda di Gesù è quella dell’agnello che in un mondo segnato dalla logica della sopraffazione testimonia la fedeltà fino in fondo alla fecondità dell’amore che si offre e dona come inerme, indifeso scegliendo la via della nonviolenza. Quell'apparente debolezza reca in sé la forza di una vita che vince la morte. Il suo silenzio davanti al sinedrio e di fronte a Pilato, è il rifiuto del metodo della violenza ed è anche presa di distanza rispetto alla violenza stessa del potere, sia esso politico o religioso, che pretende di avere in mano e sottomettere persone e popoli. La testimonianza di Gesù ha i contorni di una resistenza e di una critica, ed è nel contempo offerta di uno stile alternativo. La sua vita è racchiusa nel segno del pane spezzato, nei gesti di compagnia, di ascolto e di vicinanza (Lc 24). E’ uno stile che non parla solamente di pace come assenza di uso della violenza, ma indica uno stile di vita insieme, di comunità. E’ uno stile che mira a generare condivisione, ad un vivere ‘mai senza l’altro’. La vita di Gesù è indicazione che nel cuore umano c’è una nostalgia di dono e solo portando ad espressione quella nostalgia è possibile vincere la violenza. Il suo insegnamento e i suoi gesti non tendono a costituire un gruppo separato ed escludente, ma sono indicazione di un cammino di umanizzazione per tutti e sono affidati perché tutti abbiano la vita. Il suo cammino è il paradosso di una vita donata in cui l’amore è portato sino alle estreme conseguenze anche di fronte all'assenza di reciprocità, al rifiuto e alla condanna ingiusta. Di fronte alla violenza Gesù non ha vissuto rassegnazione, ma si è posto in modo critico e coraggioso, ha reagito opponendo il suo rimanere saldo in una scelta radicalmente alternativa alla violenza. In questo modo ha rotto il circolo della reazione della vendetta e ha aperto una storia nuova. Non viene meno ad un orizzonte di rapporto in cui l’altro è guardato in volto e affrontato nella speranza di un dialogo, nell'offerta fino alla fine di un incontro. Fondandosi sulla speranza della vicinanza del Padre, della fedeltà di un amore che vince la morte stessa.

Di fronte alla domanda cosa oggi i cristiani sono chiamati a testimoniare penso sia importante ritornare a Gesù come sollecita Hans Küng nel suo recente libro intitolato appunto Tornare a Gesù. Troppo spesso nel corso della storia le chiese hanno scelto la via del compromesso con i poteri del mondo e si sono costituite come un potere tra gli altri, bloccate dalla paura di dominare e usando della violenza in diverse forme. Così pure si è spesso operata una distinzione tra la testimonianza individuale e la necessità della scelta della guerra e della violenza per reagire alla violenza. I cristiani sono chiamati a lottare contro tutte le forme di ingiustizia seguendo la strada seguita dal loro maestro. La storia ci ha anche insegnato che nessuna guerra e nessuna violenza ha mai risolto i problemi e i conflitti da cui era sorta, anzi ha generato risentimenti, nuovi aggiunti agli antichi e ha posto le premesse per una spirale di vendetta. Anche per arginare e sconfiggere il prepotere dei violenti sono possibili altre vie che conducano a impedire e interrompere soprusi e ingiustizie senza far ricadere nella medesima logica anche nei conflitti internazionali, vie che implicano scelte culturali e politiche.

La sfida di questo tempo si rende viva attraverso quei volti di chi ha scelto di rompere questa logica. Sono i volti di chi ha scelto di stare accanto all'altro, come testimonianza di una vita donata anche laddove imperversa la violenza, non fuggendola ma affrontandola con la fragilità dell’amore. Non come complice o assuefatto alla violenza, ma come presenza critica e nel medesimo tempo alternativa alla via della violenza e ricercando vie di riconciliazione per affrontare i conflitti e per costruire non una pace come dominio del più forte o come assuefazione all'ingiustizia, ma una pace giusta vissuta da persone libere.

Nella Bibbia la pace non può essere definita in senso negativo, come assenza di guerra, ma fa invece riferimento ad una integrità di vita e di relazioni. Lo stesso termine ebraico “shalòm” rivela il riferimento profondo ad una molteplicità di significati che reca in sé e si accompagna sempre identificandosi con altri termini quali: giustizia, verità, legge, vita, benessere sociale, salute. La pace non è condizione ideale illusoria lontano dall'esistenza, ma si fa concretezza di un vivere secondo logiche che esigono modalità nuove di rapporti con gli altri, con le cose, con se stessi, con Dio. Pace viene assimilata a tale molteplicità di riferimenti. Alla pace non si contrappone la guerra ma la logica della violenza, dell’oppressione, del rifiuto dell’altro. Non può essere limitata ad essere assenza di guerra, ma avvolge tutta la vita, ed è modalità di vivere di persone e popoli in relazione. La pace attraversa e si rende viva in tutti i momenti della vita.

Tuttavia proprio la complessità del termine pace rinvia ad una attitudine che non può risolversi nella declamazione retorica della nonviolenza, ma esige un disarmo culturale e un disarmo dei cuori, cammino faticoso che coinvolge tutti e inizia dalle profondità dell’esistenza. Sta qui la sfida più radicale che interpella la testimonianza di chi segue Gesù. Disarmo culturale e dei cuori oggi è sfida per intendere i rapporti di popoli, religioni, culture diverse uscendo dalla logica della esclusione e della superiorità e aprendosi alla consapevolezza di una verità plurale che non si possiede ma verso cui si può camminare solo insieme per le vie di un dialogo interculturale. Raimon Panikkar ha suggerito l’orizzonte dell'interculturalità quale terreno nel quale costruire una pace in grado di coinvolgere tutta l’esistenza e la vita di tutti. E d’altra parte la via della pace non è abdicazione di fronte al prevalere dei più forti in campo militare economico e sociale, ma implica perseguire rispetto per la vita altrui, salvaguardia dei diritti, attuazione di rapporti nella giustizia, attenzione al respiro del creato. La via della pace è una via di mitezza, e nel contempo di lotta strenua e impegno profetico. E’ un compito di fronte al quale spesso si percepisce la esiguità dei propri mezzi e l’incapacità delle proprie forze. E si deve affrontare lo spregio di chi taccia coloro che cercano di costruire pace nella giustizia come sognatori e come illusi destinati al fallimento. Eppure sono tanti i testimoni che, perdenti agli occhi degli uomini, sono stati partecipi del cammino del crocifisso e hanno condiviso sin da quaggiù, nella gioia di una vita spesa, ciò che rimane per sempre, l’amore, e vivendo così affrontando la contraddizione e il rifiuto hanno aperto futuro e speranza ad altri e all'umanità. Penso ai monaci di Tibhirine che hanno vissuto la scelta di stare nel tempo della violenza come testimonianza di uno stile di condivisione di visitazione dell’altro diverso nella terra di Algeria, diventando così un segno comprensibile a tutti. Credenti e non credenti, musulmani e cristiani hanno potuto scorgere nel loro esserci quel modo, come esistenze riconciliate, un messaggio che apre la vita a scoprire dimensioni profondamente umane e nel contempo aperte all'amore che Gesù nella sua vita ci ha raccontato. Penso al gesuita Frans van der Lugt recentemente ucciso in Siria. Aveva scelto di rimanere in una terra martoriata, nel mezzo di una guerra, come segno di solidarietà e condivisione. Penso a tutti i volti sconosciuti che nell'inferno di guerre e situazioni di violenza sono stati piccole luci di nonviolenza, di ospitalità, nel farsi carico della sofferenza altrui e nella condivisione. Ai cristiani è chiesto questo come singoli e come comunità. La pace che Cristo ci ha donato è l’incontro con lui che si rende presente nel fuggire dalla logica delle armi per testimoniare la pace come autentica bella notizia un’umanità capace di rimanere umana. Vorrei così concludere con le parole che un profeta di pace, don Tonino Bello, ci ha lasciato qualche anno fa nel contesto di un incontro ecumenico, quasi un’eco e approfondimento del grido ‘In piedi costruttori di pace’ a dire la responsabilità di tutti per uno stile di vita in cui la pace si fa tessitura di percorsi quotidiani: “E vorrei tanto che da questo catino, divenuto icona del popolo invisibile dei costruttori di pace, partisse un grande saluto verso quella ‘moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua’, che la pace la costruisce nel silenzio della storia o nell'esilio della geografia. Nei bagni di folla o nella solitudine dei deserti. Nelle foreste dell'Amazzonia o nel vortice disumano delle metropoli. Sul letto di un ospedale o nel nascondimento di un chiostro. Nell'operosità di una scuola materna che si apre ai valori della mondialità o nel travaglio provocato da uno stile di accoglienza nei confronti dei fratelli di colore. E' un popolo sterminato che sta in piedi. Perché il popolo della pace non è un popolo di rassegnati. E' un popolo pasquale, che sta in piedi, come quello dell'Apocalisse: ‘tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello’. Davanti al ‘trono’ di Dio. Non davanti alle poltrone dei tiranni, o davanti agli idoli di metallo. E davanti all'Agnello. Simbolo di tutti gli oppressi dai poteri mondani. Di tutte le vittime della terra. (don Tonino Bello, discorso del 30 aprile 1989 alla vigilia dell’Assemblea ecumenica di Basilea)

Alessandro Cortesi