La Nostra Casa Comune

Cari amici desideriamo condividere con voi la lettera di padre Christian con i saluti di settembre.

 

La Nostra Casa Comune (Lc 6,46-49)

Da ormai quasi un anno celebro la messa domenicale con gli sfollati nel campo di protezione dei civili gestito dall’ONU a Juba. Ospita circa 30.000 persone di etnia Nuer. Daniel Gai, un catechista, mi continua a ripetere che si sentono in prigione nel loro stesso paese. Il governo li invita ad uscire, ma dove possono andare dopo aver perso la loro casa?

La settimana scorsa Elizabeth Nyadual mi ha telefonato e chiesto di aiutarla a fare il traslocco. In famiglia hanno deciso di abbandonare la casa dove erano in affitto per andare a vivere nel campo ONU:“Con questa crisi economica non ci possiamo più permettere di avere casa. Al campo invece possiamo almeno sopravvivere con quello che riceviamo dall’ONU”.

I dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non sono confortanti. Oltre ai 200 mila civ

ili che vivono nei vari campi ONU all’interno del paese, oltre ai 2 milioni di abitanti che hanno perso la loro casa e sono ora sfollati in altre zone del paese, si parla ora di 1 milione e 800 mila persone che hanno abbandonato il Sud Sudan e sono rifugiati nei paesi limitrofi: 1 milione solo in Uganda.

L’Uganda ha risposto positivamente a questa emergenza. Sa che puó anche trarne dei vantaggi. Molti Ugandesi sono infatti stati impiegati nelle organizzazioni che lavorano per i rifugiati. L’ONU sta anche stanziando ingenti fondi per sviluppare le aree dove i rifugiati si stabiliranno. Nuove strade saranno aperte. Ovviamente non mancano i problemi di integrazione, ma l’Africa tende ad essere accogliente, condividere e dare, per quanto possibile, le stesse opportunità a tutti.

A conti fatti quindi, 4 milioni di persone non vivono più a casa propria e dipendono dall’accoglienza di altri. E questi altri comunque vivono nella povertà. L’ONU infatti lancia l’allarme che quest’anno 6 milioni di abitanti vivranno il dramma della fame. Su una popolazione di poco più di 10 milioni: chi si salva? La crisi economica sta prendendo tutti alle strette. A Juba, i prezzi del mercato sono incontrollabili. Un sacco di farina costa quanto un salario mensile ma non basta per sfamare la famiglia. I benzinai sono presi d’assedio per qualche litro di benzina.

Il conflitto e l’insicurezza ne sono la causa principale. Ma anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte rendendo difficile produrre localmente. Papa Francesco ha fatto notare che il fattore climatico inciderà molto sulle migrazioni. Le analisi di esperti prevedono che le temperature in Africa subsahariana saliranno di 3 o 4 gradi nei prossimi decenni. Le pioggie saranno più irregolari e re

nderanno l’agricoltura molto più difficile.

Negli ultimi sette anni, il clima di Fangak ci ha fatto passare repentinamente da periodi di siccità a inondazioni in maniera, a detta degli anziani, mai vista prima. Non è facile per una famiglia coltivare localmente il sorgo di cui ha bisogno. L’anno scorso in seguito a un’inondazione mai vista, avevo partecipato ad un incontro di amministratori locali che contemplavano la possibilità di spostare le mandrie in territori asciutti occupati da allevatori di un’altra etnia. Uno spostamento del genere sarebbe stato davvero pericoloso vista la difficile convivenza fra i due gruppi.

Ho sentito che politici di destra e di sinistra in Italia stanno usando lo slogan: “Aiu

tiamoli a casa loro”. Idea che fa presa perché sembra sensata ma non tiene conto di una realtà più complessa. I campi rifugiati di cui l’Africa è piena possono forse essere considerati casa loro? Di quale casa stiamo parlando se è stata scossa fin nelle fondamenta? Per ripararla oltre ad un intervento locale, occorre anche un impegno più globale. Ormai non ci sono più case nostre o case loro, ma una sola casa comune che va restaurata nel suo splendore originale. Ci sono cause più profonde alla fame del mondo che la semplice mancanza di cibo. Ci sono radici profonde nel conflitto in Sud Sudan che la semplice responsabilità della gente e dei suoi governanti.

Quindi a partire da casa nostra, occorre fare pressione per la risoluzione dei 

conflitti. Occorre smetterla di fare a gara per le risorse abbagliati da un progresso economico che va contro la dignità umana: qual’è la nostra risorsa più preziosa se non la nostra umanità? Occorre tagliare i finanziamenti ai gruppi che producono e commerciano armi e destabilizzano per accaparrare potere: dovremmo essere coscienti del rischio di guerre sempre più pericolose. Occorre anche andare controcorrente e tagliare seriamente le emissioni di CO2 e aiutare le comunità ad adattarsi a un clima che cambia. Ma occorre soprattutto non allarmarci quando l’altro bussa alla nostra porta.

Un proverbio Nuer dice che “l’ospite non porta nulla di male”: porta invece una

 benedizione perché ci salva dal nostro egocentrismo, dal vedere il mondo spesso e volentieri a partire da noi stessi. Un paio di mesi fa, il nostro guardiano è venuto a scomodarmi quando ero già ritirato in stanza mia alle nove di sera ed era già buio pesto. Diceva che c’erano delle persone al cancello che stavano scappando da qualche combattimento. Mi sono subito allarmato, preoccupato che non fossero soldati, ladri o assassini. Sceso al cancello ho trovato una dozzina di donne con almeno una quarantina di bambini. Dicevano che un gruppo armato aveva attaccato il loro villaggio a un paio di chilometri da casa nostra. Gli uomini avevano cercato di proteggere le loro vacche perché non fossero rubate. Ma due di loro evavano perso la vita. Le donne hanno lasciato gli uomini al villaggio ma sono venute a casa nostra in cerca di un pó di sicurezza e una notte tranquilla per i loro bambini.

Quella notte potevo fare ben poco a casa loro; era solo a casa nostra che potevo essere loro di aiuto e conforto. E in questo modo casa nostra è diventata casa comune: non una casa da derubare ma una casa dove trovare accogli

enza. Di cosa dovremmo avere paura? In fin dei conti siamo tutti dei migranti, o pellegrini nella fede. La nostra condizione umana implica necessariamente di essere in cammino: talvolta di bussare alla porta dell’altro e talvolta di aprirla a chi nel bisogno.

Mi viene allora in mente quanto scritto da don Lorenzo Milani che diventa oggi quanto mai attuale e profetico: Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Non si puó dividere il mondo, ma se proprio deve essere diviso, è certamente preferibile trovarci dalla parte degli ultimi.

Costruiamo quindi la nostra casa comune sulla roccia della fraternità,

Padre Christian Carlassare
Moroyok – Sud Sudan

Una foto di Padre Christian Carlassare